Costa Crociere condannata a risarcire giudice (e famiglia) lasciati a terra


La vicenda risale all’aprile del 2010: dopo aver pagato la crociera, erano pronti per salpare, sicuri di poter salire a bordo, in quanto l’agenzia di viaggi, che non aveva trasmesso né il saldo né l’acconto alla compagnia di navigazione, li aveva rassicurati, dicendo che bastava presentare una dichiarazione di avvenuto pagamento poco prima di partire.

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Il personale della nave però non è stato di questo avviso e ha richiesto alla coppia un assegno, a titolo di garanzia, per consentire il loro imbarco.

Ma Umberto Dosi (ex giudice del lavoro a Padova, attualmente in servizio presso la Corte d’appello di Venezia) e la moglie Elisabetta Ferro hanno preferito rinunciare alla vacanza e dichiarare battaglia, assistiti dall’avvocato Marco Ripa, chiedendo a Costa Crociere sia il rimborso del biglietto che il risarcimento del danno subito.

Richiesta che la seconda sezione civile del tribunale di Padova (presieduta dal giudice Irene Cecchetto) ha accolto, dando ragione ai due coniugi e condannando la compagnia genovese a restituire i soldi della crociera ed a risarcire con 5mila euro la vacanza rovinata.

La sentenza, della settimana scorsa, sancisce che chi ha prenotato e pagato il viaggio ha il diritto di salire a bordo, anche se i suoi soldi non sono giunti a destinazione.

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La coppia aveva prenotato una crociera sulla nave «Costa Serena » con partenza da Venezia presso l’agenzia viaggi «Ezzelino tour» di via Buonarroti, alla modica cifra di 3.736 euro, versando come acconto, secondo contratto,  900 euro.

A luglio,a solo un mese dalla partenza, la coppia provvede al saldo tramite assegno, e l’agenzia emette regolare ricevuta di pagamento.

Peccato che pochissimi giorni prima dell’imbarco i signori Dosi scoprano che il tour operator non ha trasmesso le somme incassate a «Costa Crociere».

La titolare dell’agenzia, tale Carla Surian,  (che cinque mesi dopo metterà in liquidazione la società e verrà rinviata a giudizio dalla magistratura di Fermo per simulazione di reato, con l’accusa di aver finto una rapina per intascarsi i soldi di 48 clienti), pensa bene di tranquillizzarli, stampando anche una dichiarazione che attesta l’avvenuto pagamento della crociera: in questo modo, secondo la donna, Dosi e consorte avrebbero potuto imbarcarsi senza problemi.

Il giorno della partenza, come detto sopra, il personale chiede ai coniugi un assegno del valore di 3.736 euro, che verrebbe restituito al termine del viaggio.

I due coniugi chiedono e pretendono che l’accordo venga messo per iscritto, ma si trovano un muro davanti: il servizio clienti si rifiuta di emettere alcunchè e quindi i signori Dosi decidono di rinunciare e ricorrono alle vie legali, chiedendo il rimborso integrale del biglietto e un risarcimento di 5mila euro.

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Marco Ripa, il loro legale, sottolinea il legame diretto tra viaggiatore e organizzatore del viaggio, stabilito da due sentenze della Cassazione. E il giudice gli ha dato ragione.

 

23/07/2014  ore 13.30
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